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Essere anziani nel 2021: dall'ageismo alle opportunità

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Dall'ageismo alle opportunità Dall'ageismo alle opportunità

Ogni 100 giovani ci sono 184 over 65. Le statistiche Istat non mentono: l'Italia è un paese che dal 2002 ad oggi ha visto una decrescita della fascia d'età 0-14 anni e un'impennata di quella che supera i sessantacinque anni di età. Oggi se ne contano quasi 14 milioni, circa il doppio rispetto alla prima fascia. La speranza di vita è di 82 anni e nonostante l'incremento di mortalità della pandemia si riscontra un incremento nella fascia degli over 80 che diventano circa 4 milioni e mezzo.  

 

Tuttavia, nonostante l'evidenza statistica in Italia essere anziani è un tabù. Era il 1969 quando Robert N. Butler, da tutti considerato come il padre della geriatria, coniò il termine "ageismo" per descrivere i fenomeni che legano gli stereotipi ai pregiudizi verso gli anziani.

Se vuoi sapere di più su Robert Neil Butler qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Neil_Butler

Un termine con una valenza di grande magnitudo, difatti «l’ageismo è una discriminazione che include tutti gli esseri umani, di qualsiasi razza, sesso, religione, orientamento sessuale, magri o grassi, alti o bassi, di qualsiasi nazionalità o lingua. [...] Al tempo stesso l’ageismo è anche l’unica discriminazione che colpisce una specie mai interessata da questi fenomeni nella storia dell’umanità: l’uomo bianco, medio, occidentale» (Nicola Palmarini, Immortali: Economia per nuovi highlander, EGEA spa, Milano, 2019).

Come si è passato dal rispetto alla discriminazione verso gli anziani?

La domanda è come si è passati dal rispetto e riverenza che si aveva nei confronti dell'anziano, quale guida e memoria del popolo alla sua discriminazione. Internet ha sicuramente destabilizzato le costanti a cui ci si aggrappava: le indicazioni stradali, le informazioni storiche, gli esercizi scolastici erano tutti argomenti che rendevano l'anziano il maestro delle generazioni future, ma il digitale ha reso talmente tanto accessibili le risposte che nessuno ha più bisogno di chiedere niente. Così, come sottolineato da De Beni e Borella (2015): «i vissuti di coloro che hanno già affrontato i problemi dell'esistenza perdono di valore e significato».

Uno degli studi più rilevanti in materia viene affrontato dalla Dottoressa Giulia Goldin sul giornale State of Mind. La psicologa analizza il manifesto della divulgatrice Ashton Applewhite, la quale afferma che l'invecchiare è passato dall’essere un processo naturale a un problema sociale e analizza ogni stereotipo legato all’invecchiamento, dalla sessualità al declino cognitivo, dalla fragilità fisica alle discriminazioni sul posto di lavoro. 

Tabù di una società di «impronta giovanilistica» che per colpa di un messaggio errato da parte dei mass media vede nell'anziano qualcuno da emarginare, qualcuno non capace di intendere e di volere, qualcuno che serve solo per le notizie sui furti e sulle violenze nelle RSA. Questo influenza lo stesso anziano a vedersi e riconoscersi in queste discriminazioni e adottare stili di vita che la società gli suggerisce indirettamente.

Ma questo è ciò di più lontano dalla realtà. Non solo perché Wikipedia non porterà mai con sé, il forte valore umano del "raccontarsi" e del condividere ma anche e soprattutto perché l'anziano nella società odierna ha un ruolo socio-economico. Difatti, in un presente sempre più disparato tra crisi economiche e precarietà lavorativa sono proprio i sacrifici degli anziani ad avergli garantito delle pensioni che possono essere d'aiuto ai loro figli e nipoti. Reinvestendo così i loro risparmi nell'immobiliare e nell'istruzione oltreché nella sanità. A conferma di ciò i dati dell'Istat mostrano come per quasi 7 milioni e 400mila famiglie con pensionati i trasferimenti pensionistici rappresentano più dei tre quarti del reddito familiare disponibile e nel 21,9% dei casi le prestazioni ai pensionati sono l'unica fonte monetaria di reddito. Già nel 2000 un rapporto dello Spi-Cgil rivelava come il 24% delle famiglie riceveva un sostegno economico da parte dei pensionati. 

Dunque gli anziani che ruolo hanno?

Prima di tutto un ruolo per se stessi. Perché essere anziani non vuol dire non aver più nulla da dire e da imparare. Studiare comporta un allenamento costante per il nostro cervello e questo può solo che essere di beneficio per capacità neuronali, in particolare nell'allenamento alla memoria. A questo proposito è utile menzionare che oltre alle canoniche università e a quelle telematiche v'è anche la possibilità iscriversi all'Università della Terza Età ovvero centri culturali riconosciuti dalle Regioni col fine di promuovere la cultura e favorire l’inserimento degli anziani nella vita sociale e culturale della propria città.

Imparare non solo sui libri ma anche nel mondo perché viaggiare ha un impatto psicologico di grandi portate. Il viaggio è l'apertura agli altri ma anche l'apertura di sé per allontanarsi dalla solitudine e dalla malinconia nonché dalle malattie neurodegenerative.

Ogni 100 giovani ci sono 184 over 65. Alla luce di questo articolo, la statistica assume un valore diverso. Un valore che vede meno il pregiudizio e più la possibilità, meno le problematiche e più le iniziative. Perché anziani prima o poi si diventa tutti e far finta di vivere nell'ipocrisia di una eterna gioventù non aiuterà certo quando si arriverà alla Terza Età. Perché non provare a cambiare le cose?

Giovedì, 18 Novembre 2021